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Uso di “piuttosto che” con valore disgiuntivo: cosa ne pensa l’Accademia della Crusca

12/05/2020, 08:59

L'impiego ormai dilagante di “piuttosto che“ nel senso di “o“, non è affatto sfuggito, naturalmente, all'attenzione degli storici della lingua. Abbiamo così raccolto l’autorevole punto di vista dell’Accademia della Crusca.

Si tratta di una abitudine d'origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo. Non è un caso infatti che tra i primi a intercettare golosamente l'infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio governano l'evolversi dell'italiano di consumo.

Non c'è giorno che dalla tv non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «... piuttosto che ... piuttosto che ... piuttosto che ...», oppure «... piuttosto   che ... o ... o ... », e via con le altre combinazioni possibili. 

Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c'è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d'incontrarlo. E purtroppo la discutibile abitudine ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d'altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani,   ne restino indenni?).

Eppure non c'è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell'inammissibilità nell'uso dell'italiano d'un “piuttosto che” in sostituzione della disgiuntiva “o”. Intendiamoci: se quest'ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un  piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.

Immaginiamoci poi che cosa potrà accadere con l'insediarsi dell'anomalo piuttosto che anche nei vari linguaggi scientifici e settoriali in genere, per i quali congruenza e  univocità di lessico sono indispensabili.

Una cosa sembra certa: tra i giovani del ceto medio-alto torinese il  piuttosto che nel senso di  o si registrava già nei primi anni Ottanta. Ma il lancio vero e proprio del nuovo malvezzo lessicale, avvenuto senza dubbio attraverso radiofonia e televisione  (e inizialmente - è da presumere - ad opera di conduttori  settentrionali), sembra potersi datare dalla metà degli anni Novanta.

Proviamo  a partire da una frase del genere: «Andremo a Vienna in treno o in aereo». In questo caso le due alternative semplicemente si bilanciano. Se variamo la frase rafforzando il semplice o con l'aggiunta dell'avverbio piuttosto: «Andremo a Vienna in treno o piuttosto in aereo», chi ci ascolta può cogliere una tendenziale inclinazione per la seconda delle due soluzioni, quella dell'aereo. 

Sostituiamo a questo punto o piuttosto con  piuttosto che: «Andremo a Vienna in treno piuttosto che in aereo»; qui risalta abbastanza nettamente - sempre attraverso la comparazione tra due opzioni - una preferenza per la prima rispetto alla seconda.

Comunque, rassicurano gli studiosi della prestigiosa Accademia della Crusca, basterà avere un po' di pazienza: "anche la voga di quest'imbarazzante piuttosto che  finirà prima o poi col tramontare, come accade fatalmente con la suppellettile di riuso".